INTRODUZIONE – Alla ricerca del mio Piccolo Principe
Ci sono viaggi che scegli, e viaggi che scelgono te.
La Mauritania è stata così: non un luogo da visitare, ma un richiamo da ascoltare.
Da ragazzo lessi Il Piccolo Principe come fosse una favola. Da adulto ho continuato a leggerlo ogni anno ed ho capito che non era una favola: era una mappa. Una mappa che puntava sempre verso un punto preciso del mondo: il deserto.
Quel posto dove il silenzio pesa più della sabbia, dove l’orizzonte non finisce mai, e dove – lo dice Saint-Exupéry – anche i pozzi si nascondono.
Così, a 68 anni suonati e con la testa piena di “voglio farlo” che spesso rimandiamo, ho deciso di andare nel Sahara non per vedere il deserto, ma per cercare il mio Piccolo Principe.
Quello che ogni tanto si nasconde dentro di noi:
– quando perdiamo lo stupore,
– quando dimentichiamo le cose semplici,
– quando la vita ci si incarta addosso e non troviamo più la leggerezza.
Sono partito con un gruppo di fotoamatori, ma in fondo ero solo: io e il mio zaino. Io e il vento. Io e quella domanda che tutti ci facciamo almeno una volta nella vita:
“Dove sono finito io, in mezzo a tutte queste cose da adulti?”
Quello che non sapevo, prima di partire, è che il deserto non ti dà risposte.
Ti toglie il superfluo, e quando non hai più niente nella testa, è allora che qualcosa comincia a parlarti.
Giorno dopo giorno, duna dopo duna, ho capito che non ero venuto a cercare un bambino biondo con la sciarpa al vento.
Sono venuto a cercare quella parte di me che si era seduta da qualche parte, anni fa, aspettando che la tornassi a prendere.
Questo diario non è un racconto di viaggio.
È un viaggio nel racconto: mio, tuo, di chiunque senta che ogni tanto bisogna fermarsi, respirare e guardare il cielo come fa un bambino quando gli dicono che una stella può ridere.
Se ti va, adesso ti porto con me.
Non per seguirne le tracce…
ma per ritrovare le tue.

28 novembre
“Ogni deserto nasconde un pozzo”
Atterriamo in Mauritania nel cuore della notte, quell’ora sospesa in cui non è più sera e non è ancora mattino. Sono le 3:20 quando arriviamo in hotel. Stanchi, sudati, con addosso ancora l’odore di aereo e di attesa. E lì capiamo subito dove siamo: “La prenotazione non c’è, l’hotel è pieno”.
Benvenuti in Mauritania.
Niente camera, niente letto, nessuna lamentela possibile. Si caricano zaini e valigie di nuovo sui pickup e si finisce a dormire a casa di uno degli autisti. Uno stanzone, letti tipici addossati ai muri perimetrali, un misto fra sofà e giacigli improvvisati. Qualcuno si stende per terra, qualcuno si arrangia come può. Non è una notte di sonno, è una notte “di passaggio”: ad un certo punto, senza che me ne accorga, è già mattina.
Si parte verso il deserto vero, quello duro, ostico, nudo. Le fotocamere escono dagli zaini come pistole dai foderi: strade, piste, case buttate nella sabbia, volti che spuntano dal nulla… tutto ti ricorda che siamo in Mauritania. Otto ore di pickup per avvicinarci al cuore di questo Sahara che, più che un luogo, sembra una prova.
Per il pranzo ci fermiamo sotto un’acacia tutta storta, piegata da anni di vento da un solo lato. Si cucina e si mangia al bivacco, con quella semplicità che ti rimette subito al tuo posto. Poi il primo rito vero del deserto: il tè.
Seduti all’ombra dell’acacia, li guardiamo muoversi con lentezza precisa. È quasi una cerimonia religiosa. Il tè è buonissimo. I bicchieri sono sporchissimi. Eppure va bene così: è tutto coerente, tutto “vero”.
La notte ci coglie senza un posto dove montare le tende. Alla fine si decide di dormire all’aperto, sopra una piattaforma cementata a lato di una delle poche strade asfaltate. Il cielo è un lenzuolo di stelle, il vento passa ma… non fischia.
Ed è lì che capisco la prima cosa di questo viaggio:
Oggi ho imparato che nel deserto il vento soffia, ma non fischia.

29 novembre
“Non si vede bene che col cuore”
Svegli, un tè, un po’ di pane… e si riparte. Le giornate qui iniziano veloci, senza troppi preamboli.
Oggi giriamo tra mercati e villaggi. La realtà è nuda: polvere, odori, aste di legno, tessuti colorati che sventolano tra il sabbioso e il fatiscente. Veniamo fermati dalla polizia qualcosa come quattordici volte. Forse perché siamo bianchi, forse perché siamo “altro”. L’Africa ti guarda e ti misura prima di decidere se fidarsi.
I bambini sono ovunque. Tanti, tantissimi, con i sorrisi che si aprono come fessure di luce. Gli adolescenti invece si vergognano, si girano, non vogliono essere fotografati. Hanno poco o niente, ma l’aria che respirano è piena di una strana felicità essenziale, di quella che noi abbiamo coperto con strati di superfluo.
In un villaggio che sembra uscito dalla preistoria, assisto a due scene che non fotografo. Le vivo e basta.
La prima: a terra una ciotola di metallo lucido con dentro del riso in bianco. Un bimbo, di meno di un anno, ci infila le manine e mangia. Faccio qualche scatto di riflesso, finché arriva una capretta. Senza esitazione, infila la testa nella stessa ciotola e comincia a mangiare anche lei.
Per un attimo penso: “Ecco la vera condivisione”. Da quel momento bimbo e capretta mangiano dallo stesso piatto. La mamma, lì accanto, se la ride. Io rimango fermo, disarmato. Non so se guardare, ridere, indignarmi o commuovermi. Scelgo di stare zitto e incamerare l’immagine da qualche parte dentro.
La seconda scena: cammino per il villaggio, senza fotocamera in mano. Mi accorgo che i bambini piccoli, appena mi vedono, scoppiano in pianti isterici. Quelli che camminano scappano. Non ho fatto nulla, non sto fotografando.
Poi capisco: sono l’uomo bianco delle favole, quello che non hanno mai visto ma di cui hanno sentito parlare. Per qualche minuto divento davvero la minaccia delle frasi:
“Fai il bravo, altrimenti chiamo l’uomo bianco.”
Fa male, ma è una lezione.
Oggi ho imparato che il colore della pelle è ancora un confine,
e che il sorriso e il pianto non hanno né nazionalità né passaporto.

30 novembre
“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi se ne ricordano.”
Oggi è la giornata delle piste sterrate e delle “varie ed eventuali”. Poche soste, due grossi motivi.
Il primo è molto semplice: buchiamo in mezzo al deserto.
E finché non ti capita, non lo capisci. Il piccolo compressore a batteria non funziona. La sabbia intorno sembra divertirsi della nostra agitazione. In qualche modo, tra attese e improvvisazione, arriviamo da un gommista “in mezzo al nulla”: a sinistra della pista una capanna-officina, a destra una piccola casa con la sua famiglia. Una tribù intera tra figli e nipoti.
Ripara la gomma, ripartiamo. E sì, ovviamente scatto qualche foto.
Il secondo motivo: dopo ore di viaggio raggiungiamo un tipico mercato del deserto, una delle mete fotografiche più attese. Appena scesi dal pickup, però, si avvicina un agente di polizia, austero e granitico. Ci blocca: niente foto, nemmeno all’asinello che trasporta ferro da costruzione.
Qualche scatto di nascosto ci scappa, siamo pur sempre fotografi. Ma qui ti rendi conto che non tutto è “scattabile”, non tutto ti appartiene solo perché hai una macchina in mano.
In quel mercato capisco anche dove vanno a morire – o a rinascere – i mezzi che noi rottamiamo. Le poche auto che girano sono di modelli e anni che da noi sono storia. Camion con scritte italiane: “Traslochi…”, “Salumi…”, “Soresina…”. I nostri ferri vecchi qui sono ancora una ricchezza.
Durante una sosta, dopo la bucatura, facciamo una piccola esplorazione a piedi e troviamo alcuni baobab, uno addirittura in fiore.
Immediatamente mi torna in mente il Piccolo Principe e la fatica di strappare i piccoli baobab dal suo pianeta. Qui invece sono giganti, maestosi, strani. Ci raccontano che un tempo il baobab era così vanitoso che Dio, per punirlo, lo ha piantato a testa in giù: ecco perché i rami sembrano radici.
La sera arriva e si sceglie un posto per il bivacco, una duna bellissima. Si cena, poi – come ormai è abitudine – con Annalisa e Roberto ci allontaniamo per una passeggiata al chiaro di luna. Niente luci, niente telefoni, niente segnale.
Camminiamo, chiacchieriamo, ci allontaniamo un po’… finché ci rendiamo conto che non vediamo più il campo. All’inizio ci ridiamo su, poi la risata inizia ad avere un piccolo retrogusto strano. Ci muoviamo in più direzioni senza perderci di vista. A un certo punto sentiamo Annalisa che urla “Tar!”, il nome della nostra guida. Si era preoccupato, non ci aveva visti rientrare ed era venuto a cercarci.
Ci ha trovato lui. Come quando da bambino ti perdi al supermercato e la voce familiare del papà ti rimette al mondo.
Oggi ho imparato che anche i grandi,
quando si mettono a giocare come bambini, rischiano di perdere la bussola.

1 dicembre
“Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla.”
Oggi maciniamo chilometri per avvicinarci alla zona dove si terrà il Festival dei Nomadi. Le strade sono una metafora perfetta: rettilinei infiniti, senza curve, senza rotonde, senza incroci.
A vederle sembra tutto semplice. Qui potrebbe guidare un ragazzino.
Eppure, mentre guardo quella linea d’asfalto che taglia il deserto, mi viene da pensare a quante volte, nella vita, ci facciamo fregare da ciò che “sembra” facile… o da ciò che ci appare impossibile anche se non lo è.
Io sono qui, nel Sahara, a cercare ogni giorno quel Piccolo Principe che si nasconde dentro di me. E mi accorgo che siamo noi a complicare le strade, non la strada a complicare noi.
Ad un certo punto incrociamo un’uscita di una scolaresca. In un attimo siamo circondati. Bambini e ragazzi vogliono toccare l’uomo bianco, ridono, urlano, si accalcano. Ci assaltano quasi con affetto. Sono così tanti addosso che non riusciamo nemmeno a fotografare.
È bello e destabilizzante insieme: siamo “novità”, “spettacolo”, “evento”.
Verso sera ci raggiunge il capo della zona, una sorta di presidente di provincia mandato dal ministero per portare i saluti agli stranieri. Qui non è normale che arrivino turisti dal nulla. Ci invita ad andare a trovarlo il giorno dopo nel suo “palazzo”. Capisco che non si può rifiutare: è un onore, ma anche un codice non scritto.
Dopo cena, la solita passeggiatina. Questa volta, però, decidiamo di farla su una strada asfaltata, per non ricadere nell’esperienza della sera prima. Anche questa dritta, dritta, dritta.
Dopo circa un chilometro, all’improvviso: finisce l’asfalto. Non un borgo, non un cartello, nulla. Solo sabbia, infinita, fine, pulita.
Qui con la sabbia fanno di tutto: case, fermaporte, letti. La usano per lavare pentole e stoviglie, per pulire il corpo. È una sabbia che sgrassa, che pulisce, che sostituisce l’acqua quando l’acqua non c’è.
Oggi ho imparato che ogni strada ha una fine,
ma spesso quella fine è solo l’inizio di un’altra strada che ancora non vedi.

2 dicembre
“Tu diventi per sempre responsabile di ciò che hai addomesticato.”
È il giorno del Festival dei Nomadi.
Prima si passa dal sindaco, nel suo municipio. Ci accoglie come fossimo una delegazione importante. Ci parla con orgoglio della sua regione, del suo popolo, del deserto. Immancabile il tè.
E poi, prima di lasciarci andare, il dono più prezioso: una bottiglietta d’acqua a testa. Qui l’acqua non è un oggetto, è un gesto d’amore.
(Piccola nota tecnica: qui i tappi delle bottiglie non restano attaccati. Natura 1 – normative europee 0.)
Sulla pista, all’improvviso, i nostri due pickup si fermano. Gli autisti parlottano fra loro, non capiamo. Poi vediamo, in lontananza, un polverone che si avvicina: altri cinque pickup, con a bordo quattordici turisti italiani e i responsabili della missione umanitaria.
Abbracci, strette di mano, presentazioni. Finalmente qualcuno con cui parlare nella mia lingua.
Ripartiamo tutti in colonna, tipo Parigi-Dakar in versione solidale: dune, sabbia finissima, sassi, rocce arenarie… e ovviamente un’altra foratura.
Attraversiamo paesaggi che sembrano girati da un regista con molta fantasia. Ci fermiamo ai piedi di una collina di sassi. Non capiamo perché. Gli autisti si vestono “a festa”, cambiano turbanti e tuniche.
Dopo qualche minuto, dalla sommità della collina, ecco apparire una carovana di dromedari con i cammellieri vestiti di azzurro e bianco. Scendono verso di noi come un fiume lento. È la loro maniera di dirci: “Benvenuti alla nostra festa.”
Il resto è musica, polvere e vita. Tamburi, canti, sguardi, odori. Assisto anche alla macellazione a terra di un dromedario, su un asse di legno, nel modo più naturale del mondo. È lo stesso dromedario che alla sera mangeremo.
Non è uno spettacolo, è semplicemente il loro modo di vivere.
Dormiamo in ventitré nello stesso stanzone, a terra.
E nessuno muore.
Oggi ho imparato che, se vuoi davvero condividere qualcosa,
ti ritrovi a dormire accanto a sconosciuti che, in una notte, diventano parte del tuo racconto.

3 dicembre
“Le persone hanno le stelle che si meritano.”
Secondo giorno di festa. Giochi di uomini, giochi di donne, spari con fucili da guerra e risate di bambini. In mezzo al nulla, la vita pulsa.
Andiamo in un’oasi. Nel pieno del deserto, il miracolo dell’acqua che permette a ortaggi e palme di esistere. Lì capisco un’altra cosa: dai pozzi non esce acqua fresca, ma acqua calda, tipo 30 gradi.
Eppure è vita, e quindi è buona.
Nel pomeriggio arriva il momento clou: la gara dei dromedari.
Ogni villaggio ha il suo dromedario e il suo cammelliere. I preparativi sono già uno spettacolo: i tamburi, i balli, i canti, i colori. La corsa in sé dura pochi minuti, sei chilometri appena. Ma il clima è quello del Palio di Siena trasportato nel Sahara.
Il vincitore porta a casa un premio di circa 20 euro. Ma il valore vero è la gloria, l’onore, i cori del proprio villaggio.
Siamo a Maaden da due giorni. Domani lasceremo queste dune per andare all’associazione “Bambini del deserto”, dove inaugureremo la nuova infermeria. Qui la festa ha il volto della tradizione. Domani la festa avrà quello della speranza.
Oggi ho imparato che da quei pozzi esce acqua bollente,
ma forse siamo noi, con il nostro modo di vivere,
a meritare meno stelle nel cielo rispetto a queste persone che uccidono un dromedario per mangiare
e noi, spesso, sapremmo uccidere un uomo per un parcheggio.

4 dicembre
“L’essenziale è invisibile agli occhi.”
Oggi ho pianto due volte. E non mi vergogno a dirlo.
La prima volta all’arrivo all’infermeria.
Lungo il percorso ci fermiamo più volte per aspettare altri pickup e i motociclisti partiti dall’Italia per portare aiuto ai bambini del deserto. A poco a poco, si forma una colonna di circa dodici pickup. In testa, la macchina del responsabile del progetto, con gli striscioni dell’associazione e la bandiera della Mauritania che sventola nel vento caldo.
Quando entriamo nel villaggio, tutti suonano il clacson. Le donne ci accolgono con canti, danze, sorrisi, abbracci. È un’esplosione di gioia vera, di gratitudine che non sai se meriti.
Mi vengono gli occhi lucidi. Non è commozione di facciata. Ti si muove qualcosa dentro, qualcosa che rompe le difese.
La seconda volta piango per un gesto minuscolo, invisibile ai nostri occhi abituati al troppo.
Durante la cerimonia mi defilo un attimo, mi appoggio ad un albero e guardo da lontano. Stanno distribuendo ai bambini dei pacchetti di patatine. È una rissa allegra, una bolgia di mani, urla, piccole lotte. Ma sono attenti: un pacco per bambino.
A un certo punto, uno di loro mi vede, un po’ in disparte. Mi viene vicino, mi guarda negli occhi e, con un piccolo gesto, mi fa capire che vuole dividere le patatine con me.
Lì non ho visto un bambino povero che offre a un ricco il suo poco.
Ho visto un’anima che dice: “Se io ho e tu no, allora dividiamo”.
E giù il secondo pianto.
Prima di andare via, ci offrono una banana, due datteri e – di nuovo – una bottiglietta d’acqua. È il massimo che possono dare. E lo danno senza esitazione.
Nel pomeriggio visitiamo un’oasi dove ci spiegano come si raccoglie, conserva e distribuisce l’acqua. È un lavoro quotidiano, faticoso, quasi ossessivo. Perché qui, senza acqua, non esisti.
Oggi ho imparato che non mi lamenterò più
quando devo portare due casse d’acqua dal negozio sotto casa.
Qui c’è gente che lavora tutto il giorno solo per poter bere.

5 dicembre
“È il tempo che hai perduto per la tua rosa che la rende importante.”
Stamattina incontriamo il famosissimo bibliotecario della Mauritania.
Lo chiami “bibliotecario” e ti aspetti una struttura, scaffali, cataloghi.
Trovi un vecchietto in una stanza con tre armadi di ferro, di quelli che noi tenevamo negli uffici pubblici quarant’anni fa.
Dentro, fogli, libri, manoscritti tramandati dalla sua famiglia dal 1600 in poi. Ci dice con orgoglio che sono beni personali, non dello Stato.
Lo guardo maneggiare fogli sporchi, incartati alla meglio in buste di plastica, con una delicatezza che noi riserviamo solo alle cose costose. Alla fine ci recita in italiano una poesia, piena di frasi che ti entrano dritte nel petto.
In quel momento, vedendolo così innamorato di quei pezzi di carta, penso:
“Ecco, l’ho trovato il mio Piccolo Principe. È qui, in questo uomo che ha speso la vita per proteggere la sua rosa: i libri.”
Si riparte nel pieno del deserto. Sabbia, dune, poi improvvisamente un deserto di sassi neri che non sapevo potesse esistere. Distese infinite di pietre scure di tutte le dimensioni. È sabbia costipata, ossidata in superficie. Se due sassi si battono e uno si rompe, dentro si vedono gli strati di sabbia rossa.
Io, lo confesso, penso subito: “Adesso buchiamo di nuovo”.
Riprendiamo la sabbia, attraversiamo un tratto di pista della Parigi-Dakar, proprio dove è morto il pilota italiano Meoni. La vita e la morte qui sembrano fratelli che vivono nella stessa tenda.
All’improvviso, in mezzo al nulla, appare un piccolo serbatoio d’acqua alto sei metri e una grande tenda. Ci fermiamo.
Sotto la tenda conosciamo Riccardo, un italiano di 62 anni che ha scelto di vivere qui.
Ci accoglie con il solito tè e la sua storia:
– Era un famoso fotografo di attori a Hollywood, viveva in California.
– A quarant’anni gli diagnosticano una malattia rara e incurabile che non gli permette più di coordinare bene i movimenti. Torna in Italia.
– Un giorno viene in Mauritania per un viaggio, forse l’ultimo. Si innamora del deserto e di una ragazza che vede per caso.
– Come si usa qui, lascia un “acconto” ai fratelli di lei (circa sedici euro), promettendo che sarebbe tornato per conoscerla.
– Torna, la conosce in quattro giorni, sempre alla presenza della madre. Possono solo parlare e giocare a una specie di dama.
– Gli piace. Dà il saldo, la sposa. Adesso hanno tre figlie. “Quindi un patrimonio”, dice ridendo.
Vivono in quella tenda da vent’anni.
Qui il valore di una sposa viene calcolato anche dal peso: più è in carne, più costa. Alcune famiglie fanno bere alle ragazze litri di latte di capra per farle “valere di più”.
Prima di andar via chiedo a Riccardo se vuole prendere la mia fotocamera, per rivedersi come un tempo. Mi dice che non ce la fa a tenerla in mano. Allora gli chiedo se posso fotografarlo io.
Scatto.
Mi guarda e mi dice che è la più bella foto che abbia di sé.
Io non so se è vero, ma so che per lui quella foto avrà il peso di una carezza.
Ripartiamo. Ore e ore tra dune, ci perdiamo, ci ritroviamo. Non hanno navigatori, non hanno bussola, non hanno GPS. Dicono che non serve. Eppure, alla fine, arriviamo sempre da qualche parte.
Il pezzo finale della giornata è degno di un film.
La macchina davanti sparisce all’orizzonte, la nostra si insabbia dopo il tramonto, quasi al buio.
Nessuno va in panico. Proviamo tutto: si sgonfiano le gomme, si spalano tonnellate di sabbia dalle ruote. Dopo circa quaranta minuti riusciamo a uscire dalla trappola e raggiungere gli altri.
Si cena in una valle tra dune enormi, al chiarore della luna.
Siamo solo noi, il tè, le chiacchiere e questo silenzio che sembra più pieno di mille città.
Oggi ho imparato che il mondo non è fatto solo dalle nostre certezze,
dai nostri problemi e dalle nostre comodità.
L’essenziale si nasconde proprio dove smettiamo di guardarci l’ombelico.

6 dicembre
“È il tempo che abbiamo passato insieme che rende preziosi i nostri ricordi.”
Penultimo giorno. Dopo giorni di sabbia infinita, all’orizzonte appare l’oceano Atlantico. Il mare. Un’onda di blu dopo giorni di giallo e ocra.
Bivacchiamo di nuovo tra le dune, ma questa volta vicino all’acqua. Il cielo è coperto, niente grande tramonto. Ma il tempo grigio ha il vantaggio di rallentare i pensieri.
Ne approfitto per parlare di più con i compagni di viaggio. Storie, vite, fragilità.
La nostalgia inizia a farsi sentire: mi manca la famiglia, mi mancano i miei collaboratori, mi mancano le persone con cui, durante l’anno, condivido pezzi di strada.
Qui la sabbia è ovunque, ma non è un fastidio. È talmente fine e pulita che diventa strumento. Con la sabbia lavano pentole, piatti, mani, piedi. E se ci pensi bene, funziona pure.
Basta una spolverata fatta bene e non ti resta addosso nemmeno un granello.
La notte è di un silenzio assoluto. Non c’è un cane, non c’è un’auto, non c’è un rumore meccanico.
L’unica cosa che si sente è il ronzio lontanissimo dei motori degli aerei che passano altissimi. Non li vedi, ma li senti. È una sensazione surreale, come se il mondo “di sopra” non sapesse nemmeno che qui, sotto, c’è qualcuno che ascolta.
Noi dormiamo nelle tende. Le nostre guide, pur avendo le tende, scelgono un’altra via: si avvolgono in enormi coperte, tipo bozzolo, fino a coprirsi anche la testa, e dormono direttamente sulla sabbia.
Un altro modo di stare al mondo. Semplice, essenziale, incomprensibile ai nostri standard, ma logico nel loro.
Oggi ho imparato che esistono molti modi di vivere,
e che nessuno di questi ha il diritto di sentirsi “superiore” agli altri.
L’unica cosa che dovremmo avere per tutti è rispetto.

7 dicembre
“Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare.”
Sono in aeroporto, di ritorno. La Mauritania scivola fuori dal finestrino, ma resta dentro la testa.
La mattina l’abbiamo passata tra i mercati della capitale: odori forti, colori accesi, contrasti che non puoi raccontare con una sola foto. Poi “lavaggio e ingrasso”: una doccia vera, qualcosa di più simile ai nostri ritmi, un po’ di cibo “di conforto” prima del rientro.
Se qualcuno mi chiederà del viaggio, risponderò così:
“La Mauritania è la Mauritania e il deserto è il deserto.”
Non c’è una vera traduzione. Vuol dire tante cose insieme:
– che i tempi sono diversi
– che il concetto di pulizia è diverso
– che il cibo, i sorrisi, i vestiti, le regole non si possono giudicare con il metro europeo.
La dignità della povertà è una cosa che bisogna vedere, non basta sentirla raccontare.
Ancora una volta mi rendo conto di quanto siamo ricchi, e di quanto spesso ci lamentiamo per problemi che qui non chiamerebbero nemmeno “problemi”.
Qualche giorno dopo, Tiziana dell’associazione “Amici dei lebbrosi”, vedendo i miei post, mi dice che anche loro aiuteranno i progetti per i bambini del deserto.
E allora capisco che questo viaggio non è stato solo “per me”, per le mie foto, per il mio Piccolo Principe.
Se da questo deserto parte un piccolo filo che arriva ad aiutare qualcuno, allora il senso c’è.
Oggi ho imparato che se cominci tu a fare e a dare,
senza aspettare che siano gli altri a muoversi,
alla fine qualcuno ti segue.
E questo, forse, è il modo più semplice di cambiare davvero un pezzetto di mondo.

